Come i libri cambiano la prospettiva, nella vita e sul lavoro.

Oggi voglio parlarvi di una tra le letture estive che mi ha più particolarmente colpita: una volta arrivata all’ultima pagina, per deformazione professionale, il primo pensiero è stato “questo libro è perfetto per la biblioterapia!”

Cos’è la biblioterapia

Abbiamo già parlato di come la lettura possa diventare un ottimo strumento di riflessione su se stessi. La biblioterapia è nata all’inizio del 900’ e gradualmente sta diventando sempre più utilizzata, non solo a livello personale ma anche in contesti più strutturati, come quelli aziendali.

La biblioterapia può avere due accezioni. Una è quella clinica, applicata all’interno del setting psicoterapeutico, in cui la scelta di testi letterari può aiutare a comprendere i processi cognitivi ed emotivi e a sviluppare risorse personali. L’altra è quella educativa e formativa, ossia relativa a percorsi di self-help, di crescita personale e di educazione psicologica proposti al singolo e/o ai gruppi.

La trama

Ma ora parliamo del libro in questione: la biblioteca di mezzanotte, di Matt Haig.

La trama è semplice e fa subito pensare a generi alla Sliding doors o simili: Nora è una donna inglese di 35 anni insoddisfatta della vita.

Ha perso il lavoro, ha annullato il suo matrimonio, non ha più rapporti con il fratello e, per non farsi mancare nulla, le è appena stato comunicato che il suo gatto è stato investito.

E così, un giorno, decide di ingerire tutte le pillole e suicidarsi.

Allegro penserete. Ma questo libro, per quanto a volte sia un pugno nello stomaco, è tutto tranne che tragico: Nora, una volta deciso di mettere fine alla sua vita, arriva in un luogo magico per tutti i lettori; una biblioteca, con migliaia di libri, ognuno dei quali racconta che piega avrebbe preso la sua vita se avesse fatto scelte diverse.

E a guidarla in questo viaggio di vite alternative, c’è Mrs Elm, anziana bibliotecaria che ha visto Nora crescere e appassionarsi ai libri.

È un libro nel quale è facile identificarsi: alzi la mano chi nemmeno una volta nella vita si è posto delle domande sulle scelte che ha fatto.

Se il lavoro che ho scelto faccia al caso mio, cosa sarebbe accaduto se avessi coltivato il mio talento per la musica, se avessi accettato quel trasferimento in un Paese lontano dal mio, se avessi risposto diversamente al mio capo, se avessi presentato una slide più esaustiva, se avessi presentato una slide più accattivante.

Se avessi, se avessi…potremmo andare avanti all’infinito fino ad arrivare a quello che noi psicologi chiamiamo ruminazione: uno stile di pensiero ripetitivo e depressivo, che rivolge la propria attenzione verso l’umore negativo che si prova di fronte ai propri fallimenti e alle situazioni stressanti vissute.

Ci si perde nel ricercare le cause, i significati e le conseguenze del proprio malessere e si rimane ingabbiati in pensieri come “perché reagisco sempre così?”, “cosa c’è che non va in me?” e “perché proprio a me?”.

Quattro riflessioni per quattro frasi

È un libro diretto, scorrevole e feroce. Nella sua semplicità ci sono alcune frasi ad alto “contenuto psicologico” che ti portano a riflettere. Vediamone quattro. 

“Non è difficile guardarci attraverso le lenti di altre persone, e desiderare di essere tutte le caleidoscopiche versioni che gli altri si aspettano che tu sia […] Abbiamo bisogno di essere una sola persona. Abbiamo bisogno di un’unica esistenza. Non dobbiamo fare tutto per essere tutto perché siamo già infinito. Mentre siamo vivi conteniamo in noi un futuro di molteplici possibilità.”

Quante volte, soprattutto oggi nel mondo dei social, ci capita di fantasticare su come sarebbe vivere la vita di qualcun altro che, nei momenti in cui siamo in preda alla ruminazione, ci sembra sempre più felice e perfetta della nostra.

Si mettono in discussione le scelte fatte e ognuna di essa può sembrare un completo disastro. In tre vite sperimentate da Nora, ella sembra aver raggiunto tutto ciò che potrebbe renderla felice (la fama, il successo, una famiglia che la ama).

Ma, mentre ci avviciniamo a terminare il capitolo e pensiamo “ecco questa è la vita che sceglierà Nora e la renderà felice”, c’è sempre qualcosa che non rende quella vita quella giusta per lei.

Perché non esistono vite perfette, esistono solo vite che valgono la pena di essere vissute da noi.
E per essere tali devono basarsi sui nostri valori, su cosa ci fa stare bene e su come ci sentiamo in quel momento.

Liberandoci dagli stereotipi e dalla paura di deludere gli altri per le scelte che abbiamo fatto o che faremo.

“Sarebbe molto più semplice se capissimo che non esiste un modo di vivere che ci renda immuni dalla tristezza. E che la tristezza è parte intrinseca della trama della felicità. Non si può avere l’una senza l’altra.”

Haig esprime un concetto caro alla psicologia: la tristezza è un’emozione che fa parte della vita, che non si può in nessun caso eludere.

La tristezza è un’emozione primaria, vale a dire che tutte le culture usano gli stessi muscoli facciali per esprimerla e la riconoscono in un loro co-specifico.

Non siamo immuni alla tristezza e dobbiamo in alcuni casi tenercela stretta.

Pensateci: la tristezza, quando non diventa uno stato depressivo e rimane emozione, ci fa diventare più introspettivi e ci mette maggiormente in contatto con ciò che è importante per noi.

Il termine emozione viene dal latino emovere, che significa letteralmente portare fuori, smuovere. La tristezza può portarci non solo a deprimerci, ma anche ad agire, a scuoterci e a cercare delle soluzioni che siano in linea con noi stessi.

«All’inizio della partita non esistono variabili. Dopo le prime sei mosse, ci sono nove milioni di variabili. E dopo otto, si arriva a duecentottantotto miliardi di combinazioni differenti. Queste possibilità continuano a crescere. Ci sono più modi possibili per giocare una partita di scacchi di quanti non siano gli atomi nell’universo osservabile. Non esiste un modo giusto di giocare; ci sono molti modi. Negli scacchi, come nella vita, la possibilità è la base di tutto. Ogni speranza, ogni sogno, ogni rimpianto, ogni istante».

La vita non è altro che una scacchiera, in cui ogni scelta, anche la più piccola, apre a milioni di partite alternative. Non si gioca allo stesso modo e non si ha lo stesso coraggio nelle scelte.

Fin dalle prime pagine cogliamo il potenziale che Nora ha nascosto dentro di sé fin da bambina, ma che in diversi casi non è riuscita a sfruttare a causa dell’ansia e della paura di fallire.

Negli scacchi bisogna mantenere i nervi saldi, sapendo cogliere la visione di insieme e i continui cambiamenti che ogni mossa comporta. Far diventare un pedone una regina.

Il cognome di Nora è Seed, ovvero  “seme”: una scelta del nome così semplice che racchiude dentro di sé gran parte del messaggio del romanzo.

L’essere umano è qualcosa che muta, si trasforma, si sviluppa. Ha bisogno di calore, nutrimento per l’anima e il giusto spazio per svilupparsi.

“Una persona è come una città. Non puoi permettere che alcune zone meno belle rovinino l’armonia del tutto. Ci possono essere posti che non ami, alcune strade secondarie e sobborghi poco raccomandabili, ma le parti belle la rendono degna di essere amata.”

Questa frase mi ha fatto pensare alla pratica giapponese del kintsugi: è stata definita come “l’arte di esaltare le ferite”, riempendo le parti danneggiate con preziosi fili d’oro.

Il risultato è diverso da prima, le cicatrici sono ben visibili, ma la materia rimane la stessa. Si impara, così, ad accettarsi e volersi bene, perdonando il proprio passato e concentrandosi su chi si vuole essere nel presente.

Solo così si può imparare a vivere e, come dice Nora, accorgersi che “la prigione non era il luogo in cui stavi, ma il punto di vista”.

Conclusioni

La Biblioteca di mezzanotte non è ricco di colpi di scena e il finale (che non vi spoilero) è piuttosto prevedibile.
Eppure, è un libro che appassiona e dal quale è difficile staccarsi: ti ritrovi a fare il tifo per Nora, le vorresti dire che la vita vale la pena di essere vissuta e ti porta inevitabilmente a sfogliare le pagine della tua di vita e a riflettere sulle scelte che hai fatto.
Non devi comprendere la vita, devi semplicemente viverla” dice Mrs Elm a Nora: interrogarsi su dove si sta andando è importante, ma tanto quanto darsi la possibilità di vivere.

Momento per momento, esattamente come ci indicano i principi della mindfulness. Fidarci delle nostre sensazioni e ascoltare il nostro corpo sono potenti strumenti che ci fanno comprendere se quello che stiamo facendo e scegliendo è l’esperienza giusta per noi.

Questo libro è anche una riflessione sulla salute mentale. L’autore ha probabilmente attinto dalla sua esperienza con l’ansia e con la depressione, delle quali ha raccontato anche in altre sue opere.
Haig ha scelto inoltre di aprire il libro con una frase di Sylvia Plath: “Non potrei mai essere tutte le persone che vorrei essere, né vivere tutte le vite che vorrei vivere […] Io voglio vivere e sentire tutte le sfumature, i toni e le variazioni di tutte le esperienze fisiche e mentali possibili in questa vita.

Anche nelle vite di successo ci può essere sofferenza.
E quando la sofferenza diventa troppa, è importante saper chiedere aiuto: Nora si prende cura dell’anziano vicino, si prende cura del suo gatto.

Ma all’inizio del libro sembra non saper prendersi cura di se stessa.
Con accanto la bibliotecaria, può far luce sul suo passato, riflettere sulle proprie scelte ed arrivare finalmente ad amarsi.

Esattamente, come nella stanza (fisica e virtuale) dello psicologo o della psicologa, ci si immerge nella propria storia di vita alla ricerca di un presente migliore.

Bibliografia

Matt Haig. La biblioteca di mezzanotte. E/O editore 2020

Gabriele Caselli, Giovanni Maria Ruggiero, Sandra Sassaroli. Rimuginio. Teoria e terapia del pensiero ripetitivo. Raffaello Cortina editore 2017.

Jon Kabat-Zinn. Vivere momento per momento. Corbaccio editore 2016.

Sylvia Plath. La campana di vetro. Mondadori editore 2017

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