Dipendenza affettiva. Quando darsi troppo ad altro (o ad altri) rischia di allontanarci da noi.

Avete presente la scena iniziale del film “La verità è che non gli piaci abbastanza”?

Quando Gigi bambina riceve il primo grande insegnamento sull’amore che le condizionerà gran parte della vita: se l’altro ti ignora, ti tratta male o peggio ancora ti spinge nella sabbia di un parco giochi e ti accomuna ad una pupù, è perché è follemente innamorato di te.

Ecco, si tratta di un errore cognitivo spesso riproposto nei libri e soprattutto nella cinematografia, in cui ci viene detto che va bene soffrire e morire per amore.

Nella vita reale però questo assunto può diventare terreno fertile per intraprendere relazioni complicate e, nei casi più gravi, portare alla dipendenza affettiva.

Cos’è la dipendenza affettiva?

La dipendenza affettiva riguarda soprattutto le donne, anche se il genere maschile non è escluso, e mostra una prevalenza che varia tra il 3 e il 10%.

Rientra tra le nuove dipendenze e, anche se i clinici non hanno ancora trovato un accordo sui criteri diagnostici, si manifesta come una forma d’amore in cui ci si dedica completamente ed eccessivamente all’altro.

La relazione diventa la condizione unica, indispensabile e necessaria per la propria esistenza e il partner scelto si trasforma in una “droga” alla quale si deve continuamente attingere.

Anche se la relazione per la maggior parte delle volte risulta infelice, insoddisfacente e dolorosa, l’occuparsi dell’altro diventa una fonte di autostima e l’unico elemento di gratificazione possibile.

Alla base della dipendenza affettiva, così come nelle altre dipendenze, c’è solitamente la necessità di riempire un vuoto, dedicandosi eccessivamente a qualcosa che è esterno da sé, senza considerare i propri bisogni emotivi e senza saper guardarsi veramente dentro.

La dipendenza affettiva e il lavoro

La dipendenza affettiva non si manifesta solo nel contesto amoroso. Spesso si mettono in atto gli stessi comportamenti anche nelle amicizie, nelle quali si cerca un rapporto simbiotico in cui si compiacciono continuamente gli altri, e nel lavoro, che diventa un modo per compensare il proprio vuoto.

Possono configurarsi due scenari lavorativi nei casi di dipendenza affettiva.

  • Il primo è un totale disinvestimento nel lavoro. In quanto tutto il tempo è occupato dal pensare all’amato e al dedicarsi, in maniera incontrollata e ossessiva, alla relazione.
  • Il secondo, invece, porta ad un iperinvestimento nel lavoro. In cui non si lavora solo più a lungo, ma si finisce per annullarsi.

Il secondo scenario si manifesta soprattutto quando la dipendente affettiva è single e il lavoro diventa un sostituto della relazione al quale dedicarsi totalmente per rafforzare la propria autostima.

Distinguere la passione dalla dipendenza

Attenzione! Sentirsi profondamente legato ad un partner, ad un amico o ad un lavoro non significa essere dipendenti! Un attaccamento sano verso gli altri e verso un’attività è qualcosa di universale e necessario per tutti gli esseri umani.

Nella dipendenza si impara che l’amore è qualcosa che va guadagnato, “comportandosi bene” e mostrandosi agli altri come bravi e attenti ai loro bisogni. Solo così, mi vedranno e mi apprezzeranno.

Nella dipendenza c’è un bisogno persistente di vicinanza e il partner/amici/lavoro vengono investiti di aspettative irrealistiche e visti come unica fonte di piacere.

Non confondiamo quindi una passione per quello che facciamo o per chi amiamo per dipendenza. Abbiamo bisogno di entrare in relazione con gli altri, ma dobbiamo farlo nel rispetto di noi stessi e senza annullarsi completamente nell’altro.

Come si comporta la dipendente affettiva sul lavoro

E’ eccessivamente sensibile alle critiche.

Nella fase adulta, la dipendente affettiva (scrivo al femminile visto che la dipendenza affettiva si manifesta prevalentemente nelle donne) si presenta come una persona che non ha problemi, che se la cava in ogni situazione e che si focalizza soprattutto sui bisogni degli altri, senza saper esplorare ciò che prova dentro di sé.

Ha bisogno di continue conferme e non riesce a configurarsi l’idea che “l’altro mi vuole bene anche quando mi fa un’osservazione”.

Cresce inoltre con la convinzione che se espone le sue esigenze e i suoi pensieri contrastanti, l’altro l’abbandonerà.

Pertanto, creare disagio nell’altro diventa terribilmente pericoloso, perché minaccia la perdita del legame.

E’ perfezionista.

Le dipendenti affettive spesso sono state bambine wallflower. Sono state abituate a stare sullo sfondo, senza essere viste e soprattutto con l’idea che non bisogna disturbare con le proprie richieste.

Si presentano come donne in gamba, vincenti nel mondo, dando un’immagine di sé di grande autonomia e indipendenza.

In realtà, questa maschera nasconde un bisogno di essere visti e di ricevere gratificazione attraverso i loro successi.

Sovente hanno poco senso del limite delle loro capacità e hanno l’idea di poter controllare l’altro con la propria forza di volontà.

Cercano sempre di risultare perfetti, le prime ad arrivare e le ultime a lasciare il luogo di lavoro e dedicano gran parte della giornata a pensare a come rendere impeccabile il loro operato.

Non riconosce le emozioni negative.

La dipendente affettiva mostra un eccesso di empatia. In una relazione sana, si è consapevoli di sé e dell’altro, ci si può differenziare. Mentre la dipendente affettiva trova facilità a leggere il mondo emotivo dell’altro, ma ha una scarsissima capacità di interpretare il proprio.

Spesso si è sperimentata poco nella propria vita e ha una scarsa conoscenza di se stessa e dei propri bisogni. Il timore della solitudine è così intenso che va a discapito della possibilità di esprimere emozioni negative che potrebbero portare alla rottura del legame e, di conseguenza, a percepire troppo intensamente il vuoto.

Uscire dai cliché legati alla dipendenza affettiva

Spesso la dipendenza affettiva viene banalizzata. Riguarda solo casi di cronaca, solitamente in situazioni che vengono descritte come disagiate e problematiche; gli amici suggeriscono di chiudere semplicemente la relazione, non riuscendo a cogliere quanto risulti difficile.

A volte la famiglia e gli affetti non colgono la tossicità della relazione, in quanto la dipendente affettiva sceglie partner apparentemente accudenti e carismatici, che mostrano con il tempo la propria aggressività, espressa in maniera sottile e manipolatoria.

In altri casi, appare evidente la vita disfunzionale e caotica alla quale la dipendente affettiva si condanna, scegliendo partner visibilmente sbagliati. Il problema è purtroppo è che la dipendente affettiva non cerca partner “normali” che spesso trova noiosi.

Dedicarsi ad un partner problematico ma che fa provare emozioni forti, come se si fosse continuamente sulle montagne russe, garantisce di non doversi occupare del proprio mondo interno e di concentrarsi esclusivamente sull’altro.

Per concludere

La dipendenza affettiva può riguardare chiunque, qualunque sia la sua posizione lavorativa, sociale e anche anagrafica.

Facendo di nuovo riferimento al mondo cinematografico, pensiamo al personaggio di Nicole Kidman nella serie Big Little Lies. Celeste si presenta come una donna bella, un avvocato di successo, con un marito che la ama e con due bambini splendidi.

Nel corso della serie, il suo apparente mondo perfetto si sgretola e pian piano Celeste riesce a riprendere contatto con i suoi bisogni e ad imparare ad esprimerli: la dipendente affettiva deve imparare a stare da sola, entrando in una relazione in modo più adeguato, senza correre il rischio di annullarsi.

La società rischia infatti di enfatizzare eccessivamente il doversi bastare da soli. Tuttavia, essere autonomi non significa fare a meno dell’altro, ma riuscire ad amare in modo sano e a staccarsi dalla carta da parati alla quale si è pericolosamente aggrappati.

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Bibliografia

Maria Chiara Gritti, La principessa che aveva fame d’amore. Editore Sperling & Kupper 2017.

Anna Llenas, Il buco. Editore Gribaudo 2020.

Angelo Bona, Come riconoscere l’altra metà della mela evitando il bruco. Prevenzione e cura delle fregature sentimentali. Editore Pendragon 2008.

Marie Chantal Deetjens, Dire basta alla dipendenza affettiva: Imparare a credere in se stessi. Il punto d’incontro Editore 2011.

Asa Grennvall, 7º piano. Hop! Editore 2015

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