Lockdown. Gestire stress e incertezza gestendo le nostre risorse psicologiche.

Il lavoro da casa è una necessità attuale e che, in qualche modo, farà parte anche del futuro. Ci siamo velocemente adattati ad essere dei bravi ed efficaci smart worker in fretta, ma siamo sicuri di avere bene in mente le variabili da tenere sotto controllo?

Contesto lavorativo e benessere

Il contesto in cui si lavora ha un grande potere di influenzamento del benessere organizzativo. Possiamo facilmente immaginare come, nel nostro presente, l’ambiente lavorativo assuma connotati molto diversi da quelli a cui siamo stati abituati fino ad ora ed, in effetti, le variabili psicologiche che entrano in gioco non sempre trovano riscontro nei nostri vissuti pregressi.

Pensiamo allo stress lavoro-correlato ad esempio: questa condizione nasce all’insorgere di una discrepanza tra la domanda lavorativa percepita e la propria percezione della capacità di gestione. In questa emergenza, dove è un sentire diffuso la mancanza di controllo su molte delle attività che si svolgono, tale discrepanza può risultare disfunzionale, fino ad alimentare la percezione di essere inutili. In un quadro di questo genere ogni richiesta può essere disarmante.

Questa condizione appare ingigantita dalla sensazione di incertezza, sia nel breve termine (quando finirà la quarantena?), sia a lungo raggio (come sarà il mondo quando tutto sarà finito?). Ma non solo.

Lo stress lavorativo

Si assiste anche all’insorgere di forme di disagio psicologico che solitamente non affliggono alcune categorie lavorative, che cominciano ad adottare risposte disfunzionali alle richieste dell’ambiente. Ne è un esempio la sindrome del burnout, ovvero la condizione di esaurimento fisico ed emotivo, determinata dalla tensione emotiva cronica creata dal contatto e dall’impegno continuo ed intenso con le persone, i loro problemi e le loro sofferenze.

Se prima dell’emergenza questa tipologia di sindrome caratterizzava maggiormente la categoria assistenziale, oggi a causa delle continue informazioni che sentiamo durante la giornata (numeri di contagiati, numero di decessi, percentuali e picchi di contagio), questo sentimento può descrivere un percepito che accomuna molte categorie di lavoratori.

Controlliamo il controllabile!

Una delle prime strategie allora da mettere in atto in questo contesto è controllare ciò che può essere controllato e lasciare andare tutto il resto. Provare a mantenere il controllo su quelle variabili che possono modificarsi a seconda del nostro volere, concentrandosi su ciò che è alla nostra portata. Ecco tre suggerimenti base per farlo, almeno per quanto riguarda la sfera lavorativa.

3 strategie per controllare ciò che può essere controllato

1. Strategie di coping: focalizzarsi sul problema o concentrarsi sulle emozioni.

Con il termine “strategie di coping“, (fronteggiare, to cope in inglese),  ci si riferisce a tutte le azioni che un individuo mette in atto per affrontare e gestire situazioni stressanti, siano esse percepite o reali. Queste azioni necessitano di sforzi cognitivi e comportamentali da parte dell’individuo. Questi sforzi possono focalizzarsi su due diversi aspetti:

  • Problem-focused. Le strategie di coping sono volte a  modificare o risolvere la situazione, il compito che sta minacciando o danneggiando l’individuo, neutralizzando le cause o reinterpretandole. Appare più facilmente riconoscibile se lo si associa all’idea di problem solving. Questa strategia può essere efficace quando la situazione stressante deriva da una discrepanza fra le richieste dell’azienda e la percezione delle nostre capacità. In questo caso risulterà utile schematizzare i compiti, suddividerli per priorità e mettersi dei sotto-obiettivi. Suddividendo il compito questo sembrerà più gestibile e la raggiunta di piccoli traguardi darà la spinta per proseguire nel compito.
  • Emotion-focused. Attività tese a diminuire e regolare la reazione emotiva conseguente alla situazione percepita stressante (ansia, preoccupazione, etc). In questo caso sembra dunque efficace cercare di riportare la nostra attenzione emotiva su sensazioni positive. Ma come fare? Una delle tecniche potrebbe essere quella di scrivere, di tenere una sorta di diario in cui annotare i propri sentimenti e stati d’animo. Questo favorirà una sistematizzazione delle emozioni e sarà anche d’aiuto in altre situazioni future (quando l’emergenza sarà finita) come base per elaborare le nostre emozioni.

2. Essere resilienti

Cosa significa? La parola resilienza si riferisce al raggiungimento di esiti positivi nonostante le circostanze difficili o minacciose e al riuscire ad affrontare con successo esperienze traumatiche, evitando percorsi negativi legati ai rischi. L’essere resilienti si caratterizza di due diversi ordini di fattori: quelli personali e quelli relazionali. Vediamoli nel dettaglio.

  • Dei fattori di resilienza personali fanno parte l’autoefficacia, l’autostima, l’ottimismo, la capacità analitica, lo humor, e l’empatia. Si tratta di elementi che ci consentono di dare una lettura delle situazioni focalizzata sulle risorse residue. Mantenere un atteggiamento di questo tipo ci aiuta a valorizzare le opportunità. Insomma, a guardare il bicchiere mezzo pieno anche quando la situazione è difficile. La buona notizia è che si tratta di fattori che si possono allenare!
  • I fattori relazionali comprendono una buona rete familiare di appoggio, la competenza sociale, e la presenza di relazioni significative. In questo caso la centratura è sulla ricchezza e la varietà di quelle risorse esterne a noi che contribuiscono a sorreggerci e a fornirci dei punti di vista rassicuranti, o quanto mento in cui riconoscerci. Avere la consapevolezza di non dover affrontare da soli tutto questo aiuta a non farsi abbattere ed a reggere meglio all’incertezza legata al futuro.

Pensando alla situazione attuale sembra chiaro che lavorare su questa strategia di risposta possa essere molto utile. Sicuramente farlo da soli può risultare più complesso che affrontare tutto ciò con l’aiuto di un esperto, in grado di guidare i passi nella scoperta di aspetti nuovi ed inesplorati.

3. Trovare il proprio spazio

In un momento dove tutto sembra crollare e dove anche le basi più solide del nostro essere e del nostro operare sembrano vacillare, crearsi un proprio spazio sicuro (sia fisico, sia psicologico) può risultare un’ottima strategia di gestione delle situazioni stressanti che dobbiamo superare. Ma come fare a trovare fra le mura domestiche il “nostro posto”?

Creati delle routine, non rimandare più quelle attività che in passato hai lasciato da parte proprio per mancanza di tempo, studia, leggi o semplicemente ritagliati un tuo momento (spazio psicologico) in cui il focus sei tu e il lavoro su te stesso. Per farlo al meglio, ricavati uno spazio fisico in cui sei l’unica dimensione da prendere in considerazione e quella individuale (spazio fisico): la camera da letto, lo studio o semplicemente una parte della stanza delimitata con dei cuscini sarà sufficiente.

Non esiste una ricetta valida per tutti, ma per capire quale tra queste strategie sia la più adatta a noi esiste un modo molto efficace: provare a mettersi in gioco.

Per concludere

Il prolungarsi della quarantena ed il continuo rinvio della prospettiva in cui si tornerà alla “normalità” aumenta esponenzialmente i rischi psicosociali connessi alla situazione. Tollerare elevati livelli di stress per periodi di tempo brevi richiede un impiego di risorse cognitive ingente, ma sostenibile. Quando questo sovraccarico si prolunga per un periodo eccessivo, le conseguenze rischiano di essere più gravi di quanto si possa immaginare. Occorre dunque mettere in atto alcune strategie per arginare i potenziali danni psicologici connessi al protrarsi delle misure di sicurezza intraprese per questa crisi sanitaria. Fortunatamente esistono alcune difese psicologiche di cui siamo dotati naturalmente e che occorre semplicemente rinforzare, come abbiamo visto. Il primo passo, tuttavia, è la presa di coscienza circa l’esistenza di un rischio in tal senso: lavorare sulla consapevolezza e cominciare a far caso ad alcuni atteggiamenti che adottiamo, cercando se capire se siano risposte adatte alla situazione oppure disfunzionali. Detto così può sembrare complicato da farsi ma forse con un esempio può risultare più chiaro: andare a letto molto tardi per guardare ogni notiziario ci sembra un ottimo modo per tenerci informati, ma siamo sicuri che il bisogno a cui rispondiamo sia quello di informazione?

Iniziamo a conoscere noi stessi!

Il meccanismo è semplice e lo conosciamo tutti, la parte insidiosa è applicarlo a se stessi e riconoscere le risorse a disposizione. Il confronto con un professionista può aiutarci a recuperare la giusta distanza dal contesto in cui siamo immersi, consentendoci di visualizzare le risorse che abbiamo a disposizione o indirizzandoci nel riconoscere reazioni disfunzionali che mettiamo in atto, per trovare nuove modalità. Allora, se la strategia vincente in situazioni di incertezza è controllare il controllabile, quale passo migliore che cominciare a conoscere noi stessi.

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Bibliografia

Staglin, When Home Becomes The Workplace: Mental Health And Remote Work, Forbes

Lamarca, Resilienza: accettare sfide e produrre soluzioni creative, Psicologia Contemporanea.

Mazzucchelli, Le 4 chiavi per lo stress management.

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