I segreti del successo. Pensare come pensa chi ce l’ha fatta.

di Alice Mazza

Sono sempre stata affascinata dall’ascoltare la testimonianza di persone che hanno raggiunto il successo in ambito imprenditoriale o sportivo. La cosa che mi ha sempre colpito e che ho riscontrato in comune tra queste persone di successo è un modo di pensare orientato al successo.

Penso che l’atteggiamento mentale sia fondamentale nel determinare il successo. Per questo credo che tutte le tecniche e le competenze specifiche  di ciascun lavoro non siano utili per raggiungere gli obiettivi lavorativi se non sono stati eliminati i pensieri negativi che predispongono all’insuccesso.

Qui di seguito i pensieri che ritengo frenino maggiormente il successo.

Perfezionismo

Può sembrare strano considerare il perfezionismo un ostacolo perché l’essere perfezionisti è una qualità molto apprezzata nella nostra cultura. In effetti a piccole dosi il perfezionismo può essere una buona strategia per raggiungere i propri obiettivi lavorativi. Diversi psicologi (Hamacheck 1978; Burns, 1993) hanno distinto tra un perfezionismo sano ed uno patologico. Nel primo l’errore è visto come una possibilità di crescita e non si teme il giudizio dell’altro. Nel perfezionismo patologico si riscontra un’eccessiva accuratezza e meticolosità, una costante paura di fallire e la svalutazione dei propri risultati. Il perfezionismo patologico invece che aiutarci rischia di paralizzare e di costituire un limite nel lavoro in quanto niente sarà mai abbastanza.  Può, inoltre, portare all’insorgere di sintomi ansiosi e depressivi.

Il consiglio. Un’alternativa  alla perfezione è l’eccellenza, che prende gli aspetti positivi del perfezionismo imponendo un livello alto ma pur sempre raggiungibile e realistico. L’eccellenza considera l’errore umano e incoraggia, inoltre, l’assunzione di rischi, perché il fallimento non è minaccioso. Infine, l’eccellenza permette di inseguire i vostri obiettivi in modo costruttivo, piuttosto che provocare ansia e vissuti di fallimento.

Paura del fallimento

La paura, come ogni emozione, ha una funzione e serve per prepararci ad affrontare un pericolo reale che potrebbe metterci in pericolo. Nella maggior parte dei casi la paura del fallimento non ha una giustificazione reale ma deriva da credenze e pensieri disfunzionali che vedono il fallimento come qualcosa di terribile, vergognoso e da evitare assolutamente. Questa paura può essere così grande che si diventa più focalizzati su come evitare il fallimento piuttosto che perseguire il successo. In tal modo, si diventa disposti a correre rischi e persino sabotare il  successo per proteggerci dalla possibilità di fallire.

Perché temiamo il fallimento?   

Una possibile spiegazione è che molte persone tendono a collegare il valore personale e l’autostima ai risultati ottenuti. Questo può funzionare finchè tutto va bene e si ottengono risultati positivi, ma può portarci a svalutarci e sentirci depressi quando le cose non vanno bene.

Il consiglio. Per raggiungere il successo è più funzionale l’autoaccettazione incondizionata basata sul riconoscimento dei nostri limiti e sulla rinuncia a qualunque giudizio sia positivo che negativo riguardo la nostra persona ed il nostro valore. I giudizi dovrebbero limitarsi ai comportamenti. Un pensiero corretto è: sono una persona valida indipendentemente dai risultati che ottengo.

Avere un controllo sul fallimento è impossibile a meno che evitiamo di intraprendere attività o ci auto-sabotiamo cercando auto-impedimenti come inventarci o crearci ostacoli per evitare una situazione e prevenire il fallimento.

Ricordatevi che tutte le persone di successo hanno sperimentato numerosi fallimenti. Se avessero condannato se stessi ad ogni insuccesso probabilmente non sarebbero mai riusciti nelle loro imprese. Thomas Edison ha compiuto 89 diversi tentativi prima di inventare una lampadina di successo.

Prendiamo l’aspetto utile del fallimento ovvero la possibilità di imparare dai nostri sbagli e di andare a modificare i comportamenti che non ci hanno aiutato ad ottenere il risultato sperato.

Preoccupazione cronica: il rimuginio

Il rimuginio è una forma di preoccupazione cronica, negativa e ripetitiva. Il rimuginio è un’attività spontanea che quasi tutti adottiamo in situazioni di difficoltà che può diventare problematica quando diventa pervasiva, ovvero occupa tanto tempo, al punto da provocare un significativo dispendio di energie e, soprattutto, quando percepiamo il rimuginio come incontrollabile. Un altro aspetto problematico del rimuginio è che aumenta l’ansia e può provocare insonnia. Vi è mai capitato di non riuscire ad addormentarvi o risvegliarvi durante la notte perché intenti a trovare una soluzione ad una problematica lavorativa?

Uno dei principali danni del rimuginio è che è un pensiero astratto: abbiamo l’impressione che ci serva a trovare delle soluzioni perché attenua leggermente l’attivazione emotiva, ma in realtà ci blocca nella preoccupazione e non ci consente di risolvere il problema. Essere dei rimuginatori può rappresentare un grosso limite al raggiungimento del successo poiché ci impedisce di trovare strategie funzionali, utili e meno dispendiose emotivamente per risolvere le problematiche lavorative.

Perchè rimuginiamo?

Una delle motivazioni principali alla base del rimuginio è la credenza che pensare molto a un problema sia il modo principale per risolverlo e per prevenire eventuali conseguenze negative. Riteniamo quindi che  rimuginare sia utile. Chi rimugina può inoltre pensare: “Se non mi preoccupo vuol dire che non mi importa del problema, non sono una persona responsabile”.

Ma seguire rigidamente questa indicazione può portare a dedicare troppo tempo ad analizzare una situazione.

Un’altra motivazione è il pensare che non possiamo controllare il rimuginio, in realtà esso è un’attività mentale conscia e sotto il nostro controllo anche se non ne siamo consapevoli. Che succede se mentre vi state preoccupando squilla il telefono? Sicuramente andate a rispondere. Se il rimuginio fosse incontrollabile non sarebbe possibile non trovate?

Il consiglio. Tutti hanno dei pensieri negativi ma non tutti rimuginiamo. Le persone che non rimuginano non si soffermano sui pensieri negativi, non gli prestano attenzione e non si preoccupano di averli. Ricordate: i pensieri sono pensieri, non fatti. Se vi accorgete di rimuginare, non cercate di bloccare le preoccupazioni, ma semplicemente provate ad osservare i pensieri senza interagire con essi, lasciateli fluire, non vi soffermate. Un’altra cosa che potete fare è decidere degli orari e tempi stabiliti in cui rimuginare, per cui se vi accorgete di farlo ad un orario non stabilito rimandatelo all’orario che avete deciso.

Pensate all’ultima volta che vi siete preoccupati sul lavoro e scrivete su un foglio il contenuto delle preoccupazioni e di fianco cosa è successo in realtà. C’è una corrispondenza?

Se vi è una problematica lavorativa che dovete risolvere piuttosto che rimuginare stendete un piano operativo e pratico per affrontare la situazione.

Vivere nel passato: la ruminazione

La ruminazione è un processo di pensiero simile al rimuginio ma orientato verso il passato. Ruminiamo quando torniamo continuamente sugli stessi pensieri senza giungere ad alcuna soluzione. Ruminare significa rimanere intrappolati nelle proprie elucubrazioni negative, girando a vuoto e sprofondando sempre più nella negatività e sofferenza. Inizialmente attiviamo la ruminazione perchè crediamo sia una strategia consona per gestire gli accadimenti negativi, cioè la consideriamo una strategia utile per il controllo della tristezza e della rabbia. Tuttavia essa aggrava l’intensità dello stato d’animo negativo, induce un abbassamento dell’umore e porta sia alla distorsione di se stessi in termini negativi, sia dell’ambiente circostante (Wells 2009). Per esempio a lavoro può succedere che il nostro capo ci riprenda per un errore e da lì può scatenarsi una minuziosa, ripetitiva e prolungata analisi mentale volta a comprendere il motivo dell’errore, dove abbiamo sbagliato etc. La ruminazione può essere un grosso ostacolo al successo sia perchè non ci consente di concentrarci sui nostri compiti in quanto la mente è occupata dai pensieri negativi sia perché amplificando stati di tristezza e depressione può limitare la motivazione e l’interesse a svolgere le nostre attività.

Perchè ruminiamo?

Di solito si rumina per cercare di capire quello che è  successo, per trovare una soluzione ad un errore commesso ed evitare che riaccada.  Una piccola utilità la ruminazione può averla, ma l’eccessiva ruminazione ha degli effetti molto negativi sul nostro umore.  Inoltre, come nel caso del rimuginio, i ruminatori patologici pensano che la ruminazione sia incontrollabile. Vi sono inoltre una serie di credenze positive in merito alla ruminazione: il ruminatore è visto spesso come una persona riflessiva, analitica, seria anche se in realtà soffre e passa il tempo a struggersi nei suoi problemi.

Il consiglio. Può essere utile capire se e quanto ruminiamo, spesso non ci accorgiamo di farlo. Successivamente possiamo valutare costi e benefici della ruminazione. Ci serve ruminare? Pensando ai benefici identificati può essere utile capire se sono reali e stanno davvero risolvendo i problemi. Se esiste una soluzione al problema per cui state ruminando piuttosto che passare le giornate a comprendere le ragioni di quanto accaduto pianificate una strategia operativa per risolverlo. Se non esiste una soluzione è meglio accettare la situazione piuttosto che struggersi nella tristezza.

Per concludere

Questo articolo vuole essere uno spunto per riflettere sul fatto che spesso alla base del nostro insuccesso possono esserci dei pensieri che ci limitano e su cui non ci siamo mai soffermati. Prendere consapevolezza di tali pensieri può essere il punto di partenza per superarli, per innescare una crescita personale e raggiungere il successo. In alcuni casi può essere utile rivolgersi ad un professionista che ci aiuti ad identificare questi pensieri e progettare un percorso finalizzato a superarli.

Bibliografia

Burns, D. D. (1993). Ten days to self-esteem: The leader’s manual. New York, NY, US: Quill/HarperCollins Publishers.

Hamachek, D. E. (1978). Psychodynamics of normal and neurotic perfectionism. Psychology: A Journal of Human Behavior, 15(1), 27-33.

Wells, A. (2009). Metacognitive therapy for anxiety and depression. New York, NY, US: Guilford Press.

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