Stalking occupazionale. Quando chi ci perseguita si trova al lavoro.

di Paola Arisci - Psychologists Selection & Head of Blog di Mindwork

Si parla di stalking, quando il persecutore (stalker) mette in atto dei comportamenti molesti, ripetuti con una certa frequenza (almeno una volta a settimana per più di tre mesi) con lo scopo di danneggiare un’altra persona (vittima). La vittima percepisce tali comportamenti come intrusivi e sgraditi perché messi in atto contro la sua volontà, avvertendoli con timore per la propria incolumità.

Nel dettaglio per stalking occupazionale, si intende quello messo in atto dal datore di lavoro o dai colleghi.

In questo caso, il motivo da cui scaturiscono le condotte illecite trova sempre origine nei luoghi e nei rapporti lavorativi, ma supera gli stessi andando a incidere sulla vita privata della vittima, determinando uno di questi effetti:

  • grave stato di ansia o di paura;
  • timore fondato per l’incolumità propria;
  • cambiamento delle abitudini di vita pur di evitare lo stalker.

Persecutori e vittime di stalking occupazionale

Lo stalker

Lo stalker occupazionale più comune appartiene alla tipologia del “risentito“: il suo comportamento è motivato dal desiderio di vendicarsi di un danno o di un torto che ritiene di aver subito.

Le sue azioni (pedinamenti, appostamenti, minacce tramite telefonate, messaggi o e-mail) mirano a spaventare e a danneggiare la vittima. Tali molestie, spesso si configurano nella mente dello stalker come una difesa o come una giusta rivalsa, messa in atto perché paradossalmente si sente egli stesso un danneggiato.

Il persecutore in azienda può essere il datore di lavoro o il collega, per esempio il dipendente sospeso da un incarico dal proprio capo, quello che vuole vendicarsi delle prepotenze subite dal superiore etc… Esso teme di manifestare e sviluppare il conflitto sul posto di lavoro con un’azione di mobbing o di straining in quanto, teme che qualcuno possa vederlo e compromettere quindi la sua posizione lavorativa. Sceglie così di vendicarsi colpendo la privacy della vittima, agendo potenzialmente indisturbato.

Quando invece la vittima è o è già stata mobbizzata o strainizzata, lo stalking occupazionale si può anche trasformare in una strategia di perfezionamento della persecuzione già in atto, un’arma in più per costringere la vittima per esempio a licenziarsi. Oppure, può diventare una strategia conseguente ad un’azione di mobbing o altro conflitto che si è conclusa senza aver ottenuto gli effetti desiderati. In questo caso il persecutore sviluppa nei confronti della vittima maggiore ostilità e vendetta, continuando il suo gioco offensivo fuori dal posto di lavoro.

La vittima

Chi è vittima dello stalking occupazionale, è una persona conosciuta per via del rapporto lavorativo che il persecutore ha o che in passato ha avuto con lei .

La vittima, spesso, non si confida con nessuno, in quanto c’è in gioco il rischio di perdere il posto di lavoro, o per vergogna o perché bloccata da presunti sensi di colpa che tendono a giustificare il suo persecutore. Pertanto, anche in azienda, spesso, si viene a conoscenza del fenomeno quando lo stalking è in fase avanzata e perdura da tanto tempo e, a causa di ciò, è ancor più difficile intervenire in modo efficace.

I sintomi delle vittime

I sintomi più comunemente riportati dalle vittime di stalking sono paura, ansia, rabbia, sensi di colpa, vergogna, disturbi del sonno, reazioni depressive, disperazione, paura. Sul piano della salute fisica si riscontrano invece disturbi dell’appetito, abuso di alcool o nicotina, insonnia e nausea.

La vittima, spesso, comincia a perdere interesse per tutto ciò che prima la entusiasmava, come fare viaggi, shopping o sport. Spesso è insicura, sospettosa, irritabile, paurosa. Nel tentativo di arginare il problema o di far perdere le tracce al suo persecutore è talvolta costretta a cambiare casa, lavoro, numero telefonico e a modificare le proprie abitudini.

La sintomatologia può essere transitoria e può essere compensata dalla propria capacità di adattarsi a fronte di un evento traumatico (resilienza).

Come prevenire lo stalking sul posto di lavoro

Quando un dipendente è vittima di stalking, probabilmente mostrerà naturalmente un calo delle prestazioni sul lavoro. Poiché sono persone in difficoltà, potrebbero non essere in grado di concentrarsi sul proprio lavoro o di recuperare facilmente l’arretrato accumulato dopo giorni di assenza. Uno studio dell’American Journal of Preventive Medicine  del 2017 stima che, in media, una vittima dello stalking perderà 730 dollari di produttività ogni anno.

Alla luce di questo, la prevenzione è la strategia più funzionale per tenere sotto controllo lo stalking sul posto di lavoro, per evitare di ledere gli equilibri personali ed organizzativi.

E’ fondamentale dare a tutti i dipendenti gli strumenti utili per capire e affrontare efficacemente i potenziali problemi che possono comportare una situazione di stalking. Ecco qualche strategia utile da applicare in azienda per tenere sotto controllo il fenomeno:

  • Sviluppare e applicare una politica aziendale che disincentivi relazioni inappropriate e molestie sul lavoro fra colleghi.
  • Formare manager, HR e dipendenti per imparare a riconoscere i segnali di allarme riguardanti la violenza sul posto di lavoro.
  • Predisporre politiche che prevedano il supporto di eventuali vittime, ma in generale predisporle a monte per promuovere il benessere psicologico.

Se invece si viene a conoscenza di stalking sul luogo di lavoro è fondamentale:

  • Accogliere le preoccupazioni della vittima senza razionalizzare o giustificare il comportamento dello stalker.
  • Supportare e salvaguardare la vittima limitando il suo contatto con lo stalker.
  • Evitare che lo stalker abbia accesso ai dati personali della vittima.
  • Contattare le forze dell’ordine se necessario.

Per concludere

Il comportamento umano ha disparati lati oscuri e le persecuzioni sono il lato negativo di molte relazioni interpersonali. Lo stalking è un continuo insinuarsi nella vita privata e lavorativa. Può essere la complicazione di una qualsiasi relazione e chiunque può esserne vittima.

A livello personale non bisogna avere timore di raccontare e confidare di essere vittima di stalking. Rivolgetevi ad uno psicologo se avete necessità di affrontare le vostre paure e le vostre insicurezze o alle forze dell’ordine o ai centri antiviolenza se non vi sentite più al sicuro.

Nell’ottica aziendale, per concludere, è più che mai necessario e prioritario promuovere la sicurezza e il benessere dei lavoratori all’interno dell’organizzazione. Non ci sono più scusanti nel non farlo: non c’è sviluppo aziendale senza che vi siano azioni concrete a sostegno e tutela di tutti i lavoratori.

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Bibliografia

Curci, Galeazzi e Secchi, La sindrome delle molestie assillanti (Stalking), Bollati Boringhieri.

Lattanzi, Stalking – il lato oscuro delle relazioni personali. Ediservice

American Journal of Preventive Medicine

Stalking Risk Profile

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