From fear to trust: aziende che vanno oltre la paura.

Nessuna passione come la paura priva con tanta efficacia la mente di tutto il suo potere di agire e ragionare. (Edmund Burke)

Fin dall’infanzia la paura è una delle emozioni più forti e più provate: dalla paura del buio alla paura di sentirsi soli. Ogni persona prova paure specifiche cha hanno a che fare con il proprio vissuto personale. Spesso le proprie paure si modificano nel tempo, inoltre la società produce sempre nuove paure: una volta gli animali selvatici rappresentavano una delle cause della paura, oggi le nuove minacce sono costituite per esempio dal Covid o dalle azioni terroristiche.

Ogni persona prova paura. Non c’è distinzione di età, sesso e nazionalità. E non c’è neppure una scala di importanza, perché quello che fa paura a una persona può anche non essere spaventoso per qualche altra, ma non per questo ha meno valore.

Nei bambini è facilissimo riconoscere la paura: un bambino quando ha paura piange, a volte si ferma immobile, a volte scappa e altre volte corre in braccio al papà o alla mamma. La fortuna di essere piccoli è che non dobbiamo vergognarci di avere paura perché la cultura sociale e familiare non ci hanno ancora influenzati, quindi la paura non ha nessun collegamento logico con la debolezza o con l’incapacità.

La paura a lavoro

Le aziende sono state spesso raccontate e descritte come luoghi in cui ridurre le emozioni a zero, popolato da manager privi di qualsiasi manifestazione emozionale. Conseguenza di questo modo di pensare è una dissimulazione della paura da parte degli adulti. Non vedremo, infatti, persone che fuggono, che si immobilizzano impietriti o che saltano in braccio al proprio o alla propria responsabile, ma la paura in azienda si manifesta in insoliti stratagemmi che si mettono in atto ogni giorno.

Un esempio classico è “abbiamo sempre fatto così”: una risposta immediata che nasce spontanea in organizzazioni in cui è richiesto anche un minimo cambiamento. Nessuno fugge, nessuno piange, nessuno si avvicina a qualcun altro ma si può chiaramente riconoscere che siamo davanti a un immobilismo. Ciò che mi viene richiesto, infatti, mi spaventa e desidero rimanere immobile nella mia zona di comfort.

La paura nelle organizzazioni può essere distruttiva: per questo va riconosciuta, compresa e gestita. Tutti i giorni la maggior parte delle nostre energie rivolte al raggiungimento degli obiettivi è spesa nel combattere e gestire la paura, ma spesso non lo sappiamo e non ce ne rendiamo conto.

Quali paure si incontrano nelle organizzazioni?

La risposta è sicuramente di ogni tipo, dalle più ovvie, deducibili dal contesto, alle meno evidenti, silenti ma non per questo meno pericolose. Dal timore di essere oggetto di critiche, perdere stima, non far carriera, al timore di sbagliare, di perdere la posizione tanto desiderata, persino il timore di essere promossi (vi risuonerà strano ma c’è anche questa paura!), di parlare, di essere notati o al contrario di passare inosservati. Si possono incontrare paure di tutto e del contrario di tutto, così come la quintessenza della paura ossia la paura della paura.

Cosa può fare l’azienda?

Amy Edmondson, professoressa di leadership e management presso la Harvard Business School, direbbe che la soluzione è la sicurezza psicologica ossia “la convinzione condivisa tra i membri del team che esso sia sicuro per l’assunzione di rischi interpersonali“. Inoltre, “La sicurezza psicologica descrive un clima di squadra caratterizzato da fiducia e rispetto reciproco in cui le persone si sentono a proprio agio nell’essere se stesse”.

É evidente che se creiamo un ambiente sicuro all’interno di un’organizzazione, le persone accetteranno le sfide, saranno più pronte al cambiamento, si avrà una sensibile riduzione dei conflitti e le energie saranno maggiormente indirizzate al raggiungimento dei risultati. Quando mi sento protetto o protetta, non ho paure.
La costruzione di un ambiente protettivo passa quasi inesorabilmente da una particolare relazione che si instaura tra le persone: la cura.

La cura è la cura.

Come cuccioli di uomo abbiamo bisogno di anni di cura, ne va della nostra stessa vita. Questo ci viene detto chiaramente da Heidegger: la nostra prima esperienza dell’essere, dell’io, del è con un tu, con chi mi scalda e mi nutre. Crescendo, le strutture mentali che ci vengono costruite dalla scuola, dal lavoro, la cultura che incontriamo, ci passano il messaggio che più che persone siamo individui e ci dimentichiamo abbastanza velocemente  di quanto abbiamo avuto bisogno di cura e del fatto che la relazione di cura è stata la prima che abbiamo incontrato e vissuto.

Anzi, forse l’aver bisogno di cura al di fuori delle relazioni forti (parenti, amici, relazioni sentimentali), dove questa è accettata e permane, è considerato e vissuto come  un segnale di debolezza. Nel mondo del lavoro è qualcosa spesso di cui vergognarsi, aver bisogno di aiuto davanti alle proprie paure significa non essere in grado, vuol dire che non siamo all’altezza del compito, qualcosa da evitare e che potrebbe rovinare una brillante carriera.

Questo meccanismo vizioso si rompe quando una persona, con un atto gratuito, e senza chiedere nulla in cambio, inizia a prendersi cura di te. E tu, riconoscendo quella relazione, rispondi in modo positivo. Qui nasce il team, la squadra che farà cose straordinarie dove il timore e la paura spariscono e le cose accadono.

Se vogliamo che nella nostra azienda si crei un ambiente protettivo, dove i livelli di paura siano minimi, possiamo introdurre una serie di comportamenti che aiutino questo processo. Prima di tutto occorre essere convinti ed impegnarsi a sviluppare e sostenere un modello di leadership che crei le condizioni affinché ogni persona che lavora in azienda ritorni a casa la sera serena e con un senso di appagamento.

Da un punto di vista strutturale occorre agire con costanza, giorno dopo giorno, per migliorare il clima aziendale, passando da una organizzazione High-fear a una High-trust.

Ecco alcuni esempi di comportamenti volti a creare fiducia.

  • Dare credito a chi lo merita per un lavoro positivo, piuttosto per criticarlo per un lavoro negativo.
  • Assumersi le proprie responsabilità, piuttosto che cercare di trovare scuse.
  • Condividere apertamente le informazioni e collaborare sugli argomenti importanti con gli altri.
  • Focalizzarsi sulle somiglianze con gli altri, più che cercare di rimarcare le differenze.
  • Affrontare sempre a viso aperto problemi, critiche, conflitti.

Per concludere

Data la complessità della nostra epoca, non possiamo più permetterci di non vedere la paura che abita nelle nostre organizzazioni e limita i contributi delle persone.

Occorre che le persone, qualsiasi sia il loro ruolo o livello nella scala gerarchica, lavorino non solo con le mani, ma con la mente e soprattutto con il cuore, così da creare un modo di fare che dia un senso e un significato al lavoro di tutti e tutte.

Concludo con una citazione di Bob Chapman, inserita da Sergio Casella nel suo interessante libro “Vincere la paura in azienda” in cui afferma: “pensiamo di voler costruire un’azienda dove vorresti mandare a lavorare la persona che ami di più”.

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Bibliografia

A.C. Edmondson, Organizzazioni senza paura: Creare sicurezza psicologica sul lavoro per imparare, innovare e crescere. Franco Angeli

S. Casella, Vincere la paura in azienda. Tecniche Nuove

V. Andreoli, Le nostre paure. Rizzoli

F. Romana Puggelli, Emozioni al lavoro. Il sole 24 ore.

Ten Unmistakable Signs of Fear-based Workplace, Forbes.

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