Anche le aziende hanno bisogno di carezze.

Toglimi il pane, se vuoi, toglimi l’aria, ma non togliermi il tuo sorriso.

Pablo Neruda

Mi piace riportare in questo articolo il paragone della positività delle carezze che i genitori danno ai propri figli e quelle che le aziende possono dare alle proprie persone.

L’importanza della carezza

Il concetto di “carezza” (o stroke come la definisce Berne, termine più funzionale in lingua inglese con accezione positiva di caresscarezza – e negativa di blow, hit – colpo, botta – diversamente dalla lingua italiana la cui valenza è solo positiva), riporta ai riconoscimenti che gli altri ci danno, sia positivi che negativi, che vanno a soddisfare la nostra fame di conferma e riconoscimento perché ci dicono che l’altro ci sta vedendo e che per lui quindi esistiamo.

Che cosa è una carezza? È carezza tutto ciò che si esprime in una comunicazione verbale e non verbale. Assentire sorridendo, toccare amichevolmente una spalla, dire “sono contento di vederti”, ascoltare con attenzione, dare un segno di disponibilità. Sin dalla nascita siamo tutti estremamente sensibili alla qualità e alla quantità delle carezze che riceviamo. Il nostro rapporto con esse segnerà il nostro modo futuro di guardare alla vita: ossia la capacità di recepire e di nutrirci delle carezze che riceviamo da adulti e di farne a nostra volta.

Tutti hanno bisogno di stimoli fisici e psicologici positivi per raggiungere il benessere e la carezza è un’unità fondamentale del riconoscimento sociale. Le carezze portano molti benefici sin dalla tenera età e man mano che avanziamo nel nostro ciclo di vita.

Già Renè Spitz nelle sue ricerche sui neonati aveva notato che i bambini privati di stimolazioni fisiche sono più vulnerabili alle malattie. Altre ricerche hanno rilevato che persone immerse in lunghi periodi in ambienti privi di stimoli hanno avuto reazioni emotive negative se non addirittura forme di psicosi.

A livello adulto le carezze sono conferme, smentite o integrazioni dell’immagine di sé e indicazioni su capacità e limiti. Definiscono l’identità e favoriscono il benessere psicologico.

Le “carezze” nelle organizzazioni

Risulta evidente che all’interno delle organizzazioni gli strokes positivi rinforzano i comportamenti professionali virtuosi, mentre quelli negativi sono utilizzati per correggere i comportamenti non conformi o le prestazioni errate.

Se le carezze possono pesare in maniera significativa sul benessere psicofisico delle persone hanno sicuramente un effetto sulla performance lavorativa, ecco nel dettaglio le tipologie di carezze:

Incondizionate positive.

Veicolano un messaggio di apprezzamento della persona sul suo modo di essere indipendentemente da quello che fa. “Sei in gamba, è bello averti in squadra” sono strokes positivi che potenziano l’autostima e la motivazione delle persone.

Condizionate positive.

Riguardano invece quello che le persone fanno. “Hai fatto un ottimo lavoro complimenti!” è un esempio di messaggio che rende maggiormente consapevoli le persone sul proprio operato.

Condizionate negative.

Riguardano sempre il fare. Messaggi come “La tua presentazione oggi era molto imprecisa” sono strokes che svolgono una funzione importante se sono correttivi con l’obiettivo di inibire comportamenti poco efficaci.

Incondizionate negative.

Hanno invece la funzione di svalorizzazione dell’altro: “Non ti sopporto” oppure “non ci riuscirai mai” ne sono esempio. Queste carezze possono essere fonte di depressione e di bassa autostima.

Quando in azienda c’è un ricco scambio di riconoscimenti positivi, condizionati e incondizionati, si crea un clima di benessere tra le persone, che facilitano anche l’accettazione di feedback negativi costruttivi.

Ovviamente non c’è nessuna efficacia negli strokes negativi incondizionati perché si invia all’altro un messaggio distruttivo incrinando il clima di engagement e talvolta si attivano una serie di azioni di mobbing dannose per la persona.

Nelle organizzazioni spesso si incontrano manager poco inclini a dare ai propri collaboratori feedback (o strokes) negativi anche se costruttivi. Questo perché hanno paura di affrontare situazioni potenzialmente imbarazzanti e conflittuali. Questo atteggiamento porta sicuramente ad avere buone relazioni ma sicuramente non permette ai propri collaboratori di poter crescere e migliorare.

Il ruolo dell’empatia

Per riuscire a dare carezze positive in azienda in un ottica di feedback occorre sviluppare empatia, sia da un punto di vista cognitivo  (saper attivare la capacità di immedesimarsi, di comprendere cosa la persona pensa), sia da un punto di vista emotivo (saper sviluppare la capacità di cogliere i vissuti emotivi dell’altro, per crearne sintonia relazionale).

Il manager deve dare sostegno ai propri collaboratori, le persone del team devono poter contare su un responsabile presente e attento ai bisogni.

L’impatto dei feedback dipende da una serie di fattori:

  • Dalla modalità di espressione.
  • Da chi fornisce il feedback (se per esempio è un persona autorevole).
  • Dalla loro frequenza (se sono numericamente eccessivi si possono svalutare o viceversa se troppo pochi si possono sopravvalutare).

L’uomo possiede un apparato psichico che tende a filtrare le carezze e tutto si ricollega al vissuto della persona e alla sua esperienza personale.

La “Stroke Economy”

Lo psichiatra Claude Steiner (1974), ha affermato che il nostro bisogno di riconoscimento è frustrato dalle regole restrittive dell’economia delle carezze che ci portiamo dall’infanzia riguardanti il dare e ricevere carezze come se fossero limitate nella quantità.

L’economia delle carezze è dovuta a queste 5 regole restrittive:

1. Non dare carezze che vorresti dare.

Il messaggio che è stato dato per veicolare questa regola è: Se ti dimostri gentile, potrebbero pensare male. Potrebbero rifiutare la tua dimostrazione di affetto. Spesso tratteniamo riconoscimenti per paura di essere derisi o rifiutati. O perché abbiamo imparato che non va bene mostrarsi “affettuosi” o troppo generosi.

Quante volte pensiamo qualcosa di bello di qualcuno ma ci tratteniamo dal dirglielo?

2. Non chiedere le carezze di cui hai bisogno.

In questo caso l’idea trasmessa è: Che valore ha un favore, un aiuto, un gesto d’amore se non arriva spontaneamente? Nessuno! Oppure: Se chiedi aiuto potresti apparire debole, fragile e dipendente.

Perché non dovremmo chiedere ciò di cui abbiamo bisogno?

3. Non accettare le carezze che desideri.

Quello che viene suggerito per far accettare questa regola è:
Non fidarti di chi ti dà qualcosa senza chiedere nulla in cambio. Ha detto quella carineria, ma non lo pensa davvero.

“Rimbalzare” le carezze, in quanti lo fanno? Come per esempio quando ci dicono “Sei stato bravo” e noi diciamo “più che bravura è stata fortuna”.

Non permettiamo a quel complimento, o a quella manifestazione d’affetto, di scaldarci. Non le diamo importanza.

4. Non rifiutare carezze che non vuoi.

Per spingere a non rifiutare carezze vengono inviati i messaggi: Potresti sembrare maleducato e scortese se non accetti le critiche, anche se ingiuste. Oppure: Potresti ferire quella persona se la respingi, sebbene non ti piaccia. 

Una svalutazione o un’offesa lasciano facilmente il segno, rimangono impresse nella nostra mente.

5. Non fare carezze a te stesso.

In quest’ultimo caso il messaggio che viene trasmesso è: Non vantarti delle tue capacità, è da superbi e egocentrici.

Per tanti è molto più facile svalutarsi che dirsi “sono in gamba!”.

Fare a noi stessi una carezza positiva, un incoraggiamento, un complimento, può servirci ad affrontare le situazioni in maniera diversa.

Anche nelle organizzazioni sono spesso presenti regole restrittive dell’economia delle carezze, sono regole non scritte, ma fanno parte della cultura organizzativa e ne regolano il copione.

Per concludere

Se vogliamo liberarci di tali restrizioni dobbiamo renderci conto che le carezze sono disponibili in quantità illimitata, che possiamo dare una carezza ogni volta che lo vogliamo, che siamo liberi di chiederle, accettarle o rifiutarle, soprattutto se negative. Molte volte è solo una questione di cultura ma non è mai troppo tardi per inserire nuovi modelli di vita e buoni modi di vivere nel lavoro e nella vita personale.

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Bibliografia

E. Berne, The structure and dynamics of organizations and groups, Lippincott.

C.M. Steiner, Copioni di vita. La Vita Felice.

D. Cannavale, M. Castagna, L’analisi transazionale organizzativa. Franco Angeli

R. Spitz, Il primo anno di vita del bambino Genesi delle prime relazioni oggettuali, Giunti-Barbera.

G. Magrograssi, Le carezze come nutrimento. I gesti e le parole che ci fanno stare bene. Baldini

Don’t Underestimate the Power of Kindness at Work, Harvard Business Review

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