Problem solving, (a volte) meglio fare due passi.

Fare esercizio fisico fa bene alla salute. All’interno del sistema sanitario nazionale in Gran Bretagna, i medici possono dare come vera e propria prescrizione camminare, correre, dedicarsi a un’attività ludico-motoria. Alla base di queste prescrizioni, i dati scientifici che mostrano come l’esercizio fisico possa essere considerato alla stregua di un vero e proprio farmaco che agisce sulla frequenza cardiaca, sul rilascio di endorfine, sull’abbassamento del colesterolo. Non mancano anche le evidenze che riguardano l’effetto benefico del movimento sulla salute mentale. Lo sa bene chi inizia la giornata con una corsa o mette in agenda una camminata durante la giornata.

I benefici del movimento sul benessere psicologico non finiscono qui. Quale ruolo gioca il nostro corpo sulla performance professionale, sulle relazioni interpersonali e sulla fiducia in sé? Secondo lo psicologo Kurt Lewin, l’esperienza concreta rappresenta il nucleo del processo di apprendimento; l’attività corporea ci fornisce continuamente spunti esperienziali per sviluppare competenze spendibili nella vita quotidiana.

L’apprendimento è “incarnato”

“Cogito ergo sum”, “penso dunque sono”. E se fosse più corretto affermare “mi muovo, dunque sono”? Secondo alcuni filosofi del passato e contemporanei, e molti neuroscienziati, i processi psicologici sono influenzati dall’auto-percezione del proprio corpo nella sua forma e, soprattutto, nei movimenti che compie. Questo principio è alla base del concetto di “embodiment”. In effetti, noi impariamo a pensare attraverso tutto ciò che abbiamo a disposizione, e quindi anche attraverso il nostro corpo. Quali sono i punti chiave dell’embodiment, dell’ “essere corpo”?

  1. “L’errore di Cartesio”. Secondo il neuroscienziato Antonio Damasio la separazione tra mente e corpo, tra razionalità ed emotività è fittizia e fuorviante. La coscienza di sé è “incarnata”, si sviluppa a partire dai continui segnali che gli organi, gli arti, i tessuti muscolari inviano al cervello.
  2. Il corpo è quindi un “organo di senso”. Attraverso i meccanismi di propriocezione, il corpo manda continuamente segnali al cervello; queste informazioni vengono immagazzinate e diventano parte, modificandoli, dei nostri schemi cognitivi ed emotivi. Gli input che arrivano dal corpo diventano immagini mentali che rappresentano il presupposto del pensiero. L’attività motoria è sempre presente nell’uomo, sia a livello implicito (ad esempio, con la continua attività delle fibre muscolari per il mantenimento della postura, deambulazione, ecc.) che a livello esplicito (con i movimenti che si fanno camminando, danzando o con una qualche attività sportiva).
  3. Emozioni e corpo. L’etimologia della parola emozione è da ricondursi al latino emovere (ex = fuori + movere = muovere), letteralmente portare fuori, smuovere, in senso più lato, scuotere, agitare. Le emozioni implicano necessariamente una serie di cambiamenti dello stato corporeo. L’aumento della frequenza cardiaca della paura e della rabbia, la perdita di tono della tristezza sono informazioni che arrivano al cervello e contribuiscono alla rappresentazione del sé. Le emozioni sono quindi cambiamenti psicofisiologici, informazioni incarnate, che contribuiscono a creare gli schemi mentali.

Embodiment, leadership e negoziazione: risolvere le divergenze un passo dopo l’altro

Secondo Peter Senge, docente al Massachusetts Institute of Technology e tra i fondatori della Society for Organizational Learning (SoL), modelli contemporanei di leadership devono tenere conto dell’unità mente-corpo. All’interno dei programmi di formazione sulla leadership del Presencing Institute (www.presencing.org), i partecipanti sono invitati a fare lunghe camminate durante le quali condividere le proprie esperienze e confrontarsi sui cambiamenti che stanno cercando di mettere in atto. Il razionale di queste attività è che camminare insieme possa facilitare sia la consapevolezza personale che quella interpersonale:

  • a livello individuale, camminare supporta vari meccanismi psicologici inerenti al “lasciarsi alle spalle” convinzioni e pensieri auto-limitanti e intraprendere una direzione verso il futuro;
  • a livello interpersonale, camminare può consentire agli interlocutori di sperimentare la sincronicità del movimento, il “procedere insieme”, l’andare in una “direzione comune” e quindi il pensiero convergente l’empatia e la collaborazione; camminare insieme a qualcuno con cui si hanno significativi punti di divergenza facilita la negoziazione, la possibilità di “lasciarsi dietro” le incomprensioni e “andare oltre”.

Non è ancora ben chiaro come il movimento influenzi sia la capacità di pensiero divergente (quindi la possibilità di guardare le cose da diversi punti di vista) che quella di pensiero convergente (la capacità di problem solving in base alle proprie conoscenze ed esperienze) ma ci sono ricerche promettenti che potrebbero portare contributi importanti per migliorare molte soluzioni in ambito organizzativo. Per esempio, tipicamente, quando c’è un conflitto o un problema da risolvere viene chiesto alle persone sedersi su sedie posizionate ai lati di un tavolo ed esporre le proprie posizioni. In pratica, si pongono le persone in una condizione in cui possono “affrontarsi”. Sarebbe molto diverso invitare i partecipanti a fare una camminata, fianco a fianco, e dar loro la possibilità di parlarsi… procedendo nella stessa direzione.

3 modi per coltivare la saggezza del corpo

Quali sono le attività motorie che possono contribuire a modificare gli schemi cognitivi, emotivi e comportamentali delle persone?

  1. Cammina

“Soprattutto, non perdere la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata […] perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.”(Søren Kierkegaard). Camminare apre la mente, libera il flusso di idee e contribuisce ad aumentare la creatività.

  1. Pratica esercizi di stabilità e tonificazione

La percezione inconscia della stabilità fisica è anche la base della stabilità mentale; praticare attività come lo yoga o il tai-chi contribuisce alla capacità di essere presenti, di non affrettarsi spesso inutilmente e svolgere con concentrazione i propri compiti. Un allenamento sulla forza muscolare può aumentare autostima e far sentire più capaci di affrontare le sfide emotive. In altre parole, la forza nei nostri muscoli, segnalata inconsciamente al nostro cervello, può tradursi in un senso di fiducia e auto-efficacia.

  1. Impara un ballo di coppia

La danza è l’espressione fisica, attraverso il movimento e il ritmo, di relazioni, sentimenti e idee. È l’essenza della sincronicità. È stato dimostrato che ballare con gli altri migliora la cooperazione, il comportamento prosociale e la capacità di raggiungere obiettivi comuni. Ballare il valzer, il tango o il boogie può aiutare a spezzare i rigidi schemi relazionali e trovare nuove modalità di espressione e comunicazione con l’altro.

Conclusioni

Mentale e corporeo non sono che prospettive diverse di uno stesso avvenimento. I benefici emotivi del movimento sono ben documentati e nuovi studi stanno dimostrando come danza, corsa e le varie discipline sportive contribuiscono alla plasticità mentale. Sempre che la pratica non sia estrema o orientata eccessivamente alla performance. Lavorare con il corpo porta a intuizioni profonde e cambiamenti più duraturi rispetto agli approcci cognitivi. Del resto, condensando lo splendido passaggio dell’opera di Samuel Beckett, “Aspettando Godot”, potremmo dire “Prima danza, poi pensa. È l’ordine naturale delle cose”.

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Bibliografia

Damasio, A. L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano. Adelphi, 1995

Oppezzo, M., & Schwartz, D. L. (2014). Give your ideas some legs: The positive effect of walking on creative thinking. Journal of Experimental Psychology: Learning, Memory, and Cognition, 40(4), 1142–1152

Webb, C. E., Rossignac-Milon, M., & Higgins, E. T. (2017). Stepping forward together: Could walking facilitate interpersonal conflict resolution? American Psychologist, 72(4), 374–385.

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