Effetto pratfall. Quando riconoscere i propri errori fa bene.

“Quando ero un supervisore della produzione, ho sviluppato quello che pensavo fosse un geniale piano di miglioramento della produttività. Le persone coinvolte non erano d’accordo sui nuovi turni, ma sono andato avanti lo stesso. Poche settimane dopo ho capito che avevano ragione, il mio piano non era efficace, anzi la produttività era peggiorata. Alla prima riunione utile con il team presi subito la parola : – So che pensavate che non avrebbe funzionato, e avevate ragione. Mi sbagliavo. Torniamo al turno originale. – Pensavo di aver perso il loro rispetto, ma mi sbagliavo anche su questo. Un dipendente ha detto: – Sei disposto ad ammettere che avevi torto mi stupisci positivamente -. E poi ha proposto un’idea che in precedenza aveva avuto paura di condividere. Dicendo che avevo torto, avevo creato un modello reale: non ero perfetto, quindi non doveva esserlo neanche lui.” (V.)

Questo è il racconto di V., che ci mette davanti ad una situazione in cui si può trovare un leader quando commette errori e alle due possibilità che ha davanti:

  1. Non ammettere e non raccontare gli errori al proprio team per paura che si perda fiducia nella propria leadership.
  2. Ammettere i propri sbagli e mostrare al proprio team che gli errori fanno parte del processo lavorativo ed incoraggiarli così ad assumersi le responsabilità.

Dal racconto di V. aver ammesso il proprio errore è stata una scelta positiva per il proprio team, anche se V. aveva veramente paura di perdere la sua leadership.

La paura di essere sinceri

La paura di dire la verità è spiegata bene nel libro “Osare in grande. Come il coraggio della vulnerabilità trasforma la nostra vita in famiglia, in amore e sul posto di lavoro”. Brenè Brown spiega infatti, in base ai suoi studi, che amiamo vedere la nuda verità e la sincerità nelle altre persone ma abbiamo paura di consentire loro di vederle in noi. La sincerità è quindi coraggio in te e inadeguatezza in me.

Ecco perché davanti alle due scelte, prima menzionate, un leader, ma in realtà qualsiasi persona, può avere difficoltà a scegliere la strada della sincerità e spesso nega o omette l’errore.

L’effetto pratfall

L’effetto pratfall ci spiega la dinamica che viene percepita dalle persone davanti ad un errore.

Nello specifico l’effetto pratfall è un fenomeno psicologico che afferma che le persone competenti appaiono più attraenti quando commettono un errore rispetto a quando sono perfette.

L’Effetto Pratfall venne rilevato per la prima volta nel 1966 da Elliot Aronson (Aronson, E., Willerman, B., & Floyd, J., 1966, The effect of a pratfall on increasing interpersonal attractiveness, Psychonomic Science) da un esperimento presso l’Università del Minnesota. A un gruppo di studenti vennero sottoposte le registrazioni di interviste fatte a dei presunti candidati (in realtà attori) per un concorso. Metà di loro avevano degli ottimi curriculum professionali: rispondevano infatti senza problemi alle domande, anche quelle piuttosto difficili, mentre gli altri candidati risultavano avere curriculum e prestazioni nella media. Verso la fine dell’intervista, alcuni dei candidati (di entrambi i gruppi) commettevano una clamorosa gaffe: nella registrazione si sentiva qualcuno rovesciare una tazzina di caffè. Ebbene, gli studenti reclutati per l’esperimento valutarono come maggiormente carismatici quei candidati eccellenti che avevano compiuto la gaffe. Lo stesso giudizio non venne però dato ai candidati mediocri, nonostante la stessa gaffe.

Pertanto, trasferendo l’esperimento sull’effetto pratfall nella realtà aziendale, si può affermare che un leader che si sia dimostrato competente e sia apprezzato dal suo team susciterà fiducia e incoraggerà ad assumere rischi quando mette in luce i propri errori. La sua azienda in questo modo ne trarrà beneficio. L’unica eccezione è rappresentata da un leader che non abbia ancora dimostrato il proprio valore.

La cultura dell’errore

Le aziende che hanno una cultura dell’errore positiva permettono alle persone di sentirsi libere di riconoscere i propri errori, perché questi vengono inseriti in un processo di miglioramento continuo e non di gogna sociale.

Aprirsi con gli altri crea fiducia, cercare aiuto potenzia l’apprendimento, ammettere gli errori favorisce la comprensione, parlare pubblicamente dei fallimenti spinge i dipendenti ad agire in modo coraggioso.

Quando il leader parla apertamente dei suoi errori i due messaggi principali che arrivano al team sono:

  1. Integrità. Il leader che ammette di essersi sbagliato non ha bisogno di dimostrare sempre di avere ragione. Le persone apprezzano chi sa prendersi le proprie responsabilità.
  2. Sicurezza. Il leader deve dare l’esempio e definire le modalità in cui gli errori verranno trattati in azienda.
    Se le persone vedranno che il leader parla in modo sereno dei propri errori, si sentiranno al sicuro nel fare lo stesso. Si può creare un ambiente di lavoro dove gli errori sono evidenziati e sfruttati per migliorare.

Quando riconoscere un errore è problematico?

Ci sono invece situazioni in cui ammettere di aver sbagliato non è di grande utilità.
In ogni caso consiglio sempre di riconoscere l’errore anche se non vi sarà un riscontro positivo da parte del team.

Per esempio:

  • La persona continua a fare sbagli o ripete sempre il medesimo errore. Ammettere i propri errori funzionerà all’inizio (sempre se vi è un riconoscimento in termini di stima), ma col passare del tempo verrà vissuto come un tentativo di manipolare l’altra persona.
  • Un altro caso è quando l’errore è stato fatto a causa di un comportamento esageratamente e volutamente testardo: tutti ti avvertono che potresti sbagliare, e in fondo sai che hanno ragione, ma ci vuoi provare lo stesso.
  • Oppure la giustificazione d’errore purtroppo comune: “Non è colpa mia” (che da bambini è una risposta accettabile, ma risulta fuori luogo da adulti) che si declina in vari modi: “È stato il direttore a dirmi di fare così”, oppure “Carla non mi ha dato le informazioni corrette” . Ammettere l’errore con colpa degli altri non è mai benefico.

Per concludere

In realtà tutti commettiamo errori.

Le persone che sembrano non commettere mai errori sono generalmente meno piacevoli. Essere imperfetti rende più umani, mentre la perfezione spesso crea un senso di distanza e invincibilità, che alle persone di solito non piace, poiché in qualche modo si sentono minacciate.

Mi piace terminare l’articolo con quanto scritto nel libro “L’unica regola è che non ci sono regole” (R. Hastings e E. Meyer): “Quando ottenete un successo parlatene sommessamente o lasciate che siano gli altri a menzionarlo al posto vostro. Ma quando invece commettete un errore ditelo in modo chiaro e forte, così che tutti possano imparare e trarre profitto dai vostri sbagli. In altre parole sussurrate le vittorie e gridate gli errori.

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Bibliografia

Aronson E., Willerman B., Floyd J., The effect of a pratfall on increasing interpersonal attractiveness, Psychonomic Science

Brown B., Osare in grande. Come il coraggio della vulnerabilità trasforma la nostra vita in famiglia, in amore sul posto di lavoro. Ultra

Hastings R. e Meyer E., L’unica regola è che non ci sono regole. Neflix e la cultura della reinvenzione. Garzanti

Interesting Psychological Phenomena: The Pratfall Effect, Brescia University

Why admitting a weakness makes people like you more, QZ

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